Martedì si decide il futuro dell’Europa?

Martedì a Bruxelles si riunirà l’Ecofin Eurogruppo, la riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze dei Paesi aderenti all’Unione europea, per cercare di definire una risposta economica comune alla crisi causata dal coronavirus. Una discussione che per la gente comune è incomprensibile tra varie, diverse e spesso mutevoli condizioni espresse dai vari Stati e le tante sigle come Mes, Cacs, App, Pepp, Bei, Fei, Fess, Eccl; per non parlare di Eurobond, Coronabond, Mes-bond. Troppo per persone che devono pensare come mettere qualcosa in pentola per il pasto quotidiano e per il futuro dei loro figli. Il tema principale delle riunione sarà il Mes (Il Meccanismo europeo di stabilità), detto anche Fondo salva-Stati, ma il nostro premier Giuseppe Conti, in una lettera inviata alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha scritto: “Si continua a insistere nel ricorso a strumenti come il Mes che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi da perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati”. Francia e Germania pare si siano accordati per un Mes senza troppi vincoli ma il Commissario italiano Claudio Gentiloni ha commentato: “Il Mes senza condizioni può essere uno strumento utile, ma solo uno tra molti”. Al momento l’unica azione finora positiva è stata quella della Banca Centrale Europa che ha lanciato un “quantitative easing” da 750 miliardi per l’emergenza e la cancellazione dei vincoli del Patto di Stabilità. Ma ciò non può bastare per dare un sostegno reale all’economia, evitare che fabbriche, aziende, imprese, commercianti siano costretti al fallimento. Le soluzioni proposte hanno fatto esplodere una serie di contrapposizioni tra gli stati “ricchi” e quelli “poveri”. Qualche passo avanti è stato fatto rispetto agli scontri iniziali ma il clima resta teso. Martedì, però, si dovrebbe trovare una convergenza comune su tre punti: Mes con meno condizioni, un fondo di investimenti contro la disoccupazione di 200 miliardi e un fondo di finanziamento rapido di 80 miliardi. La questione dei Coronabond rimane però ai margini di qualsiasi trattativa ed infatti non sarà discussa in questa occasione. Ed è questo il vero e reale problema. L’Italia ha infatti chiesto la loro emissione con un tasso di interesse uguale per tutti i Paesi dell’Ue. Ipotesi che è andata incontro al tassativo rifiuto da parte Germania, Olanda, Austria e Finlandia. Il timore di questi Paesi e che i tassi di interessi sarebbero in media più bassi rispetto ai loro singoli bond nazionali perché gravati da un debito pubblico più basso.
Sembra intanto cominciare a funzionare l’asse Roma-Parigi-Madrid che cercherà di imporre a tutti gli altri gli Eurobond che sarebbero in grado, secondo le previsioni, di produrre almeno un miliardo di euro. Allo stesso tempo, però, Francia e Germania sono concordi per allentare i vincoli del Mes ma restano immutate le perplessità, in particolare da parte di tedeschi e olandesi, sui soldi da erogare a fondo perduto. Cosa che farebbe bene a tutti, maggiormente ai paesi con più debito pubblico come Italia, Grecia e Portogallo ma anche a Francia, Belgio e Spagna. La Germania insiste invece per usare gli strumenti già esistenti, collaudati, come quelli messi a disposizione dal Mes, oltre agli interventi della Banca Centrale Europea che prevede la rapida creazione di un fondo di garanzia di 25 miliardi in grado sbloccare ulteriori 200 milioni. Nel contempo, a complicare ulteriormente la situazione, già abbastanza confusa, le agenzie di rating comunicano che in caso di rischio di disgregazione dell’Unione, il rating europeo da tripla A potrebbe essere ridotto.
Il problema a questo punto diventa politico perché si viene a spezzare l’omogeneità dell’Europa ed anche il meccanismo della solidarietà. Di fatto si creerebbe una Ue a due velocità. Esattamente l’opposto del pensiero di Altiero Spinelli: “Nella battaglia per l’unità europea è stata ed è tuttora necessaria una concentrazione di pensiero e di volontà per cogliere le occasioni favorevoli quando si presentano, per affrontare le disfatte quando arrivano, per decidere di continuare quando è necessario”. L’emergenza Coronavirus è una di quelle occasioni. Non sfruttarla sarebbe forse la fine di un progetto sul quale grandi uomini hanno scommesso e lavorato. Sarebbe infine un grande regalo alle forze sovraniste e antidemocratiche che, sfruttando la crisi, si stanno muovendo contro le istituzioni nazionali ed europee con la motivazione che in un momento di emergenza è meglio una guida forte mentre identificano il “solito” nemico esterno da accusare. “Il modello di sviluppo europeo è irrinunciabile per quei valori di solidarietà sociale ed umana che esso esprime e che esso tutela. La nuova europa non può essere soltanto il frutto di un mera operazione di ingegneria istituzionale. L’Unione europea è certamente un disegno politico che corrisponde ad una convinta ispirazione dei popoli e delle nazioni nostro continente”. Fare proprie queste parole in Italia, in Germania ed anche in Olanda, sarebbe importante per continuare a camminare nel solco tracciato a Roma nel 1957 e, purtroppo, fin troppo spesso non seguito. Separarsi oppure andare da soli potrebbe essere un’ipotesi affascinante, piena di incognite ma forse, se le cose non cambiano, persino necessaria. Il recente, ultimo, scambio di cortesi lettere tra la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, inducono ad un molto ma molto timido ottimismo.

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