Cos’è l’anima?

Quante volte diciamo o sentiamo la parola anima? Direi innumerevoli volte: anima mia, dare l’anima al diavolo, la mia anima, dare l’anima in un’impresa ecc. ecc.. Ma esiste davvero l’anima? E cos’è precisamente? E dove si trova? In questo articolo proverò a rispondere a queste domande. Inizio come sempre dall’etimologia della parola: anima deriva dal latino “anima” che a sua volta è connesso con il greco “anemos” (soffio, vento). Un’altra radice la troviamo nell’Induismo con il termine sanscrito “Atman” (essenza o soffio vitale) che può essere sia individuale che universale. Spesso associamo spirito e anima ma, non sono propriamente dei sinonimi perché quest’ultima è un concetto maggiormente legato all’individualità di una persona. Nella Grecia antica si utilizzava come sinonimo della parola anemos , il lemma “psyché che deriva da psychein che significa respirare, soffiare. Il concetto di anima esce fuori la prima volta con il filosofo greco Socrate, il quale lo mette al centro della sua filosofia. Socrate e il suo discepolo Platone utilizzeranno il termine psyché (anima) per connotare il mondo interiore dell’uomo. Prima di loro i filosofi greci come Talete, Anassimandro, Anassagora, Empedocle indagavano sul mondo e sulla Natura e per quel che ci è arrivato a noi della loro filosofia non si sono mai interessati alla sfera intima dell’uomo. Per chiarire l’impiego nella filosofia socratica del concetto di psyché potremmo dire con un termine moderno che era una sorta di psicoterapia, perché Socrate diceva che il compito dell’uomo (della filosofia) era la cura dell’anima. Il filosofo ateniese, per quel che sappiamo, non parlò mai dell’immortalità dell’anima, fu in seguito Platone che definì l’anima come immortale. Virando il discorso sull’anima verso il cristianesimo, essa cioè l’anima, è un concetto in contrasto con la religione di Cristo che parlando di resurrezione dei corpi è in antitesi con il concetto di anima e della sua immortalità. Solo successivamente con la Patristica, vedi Agostino, i primi pensatori cristiani immisero nel cristianesimo le categorie filosofiche greche e così introdussero il concetto di anima. Bisogna sottolineare, per non dimenticare, che il concetto di psyché (anemos) è una grandiosa concezione dei greci. L’occidente nasce da qui! E la religione ebraica come affronta questo tema? Nell’Antico Testamento (Tanakh per gli ebrei) il concetto di anima non esiste, gli ebrei utilizzano tre termini per spiegare la spiritualità: Neshana, Ruakh e Nefesh. Nella prima definizione Neshana, lo spirito si concentra nella mente il luogo più elevato, nella seconda Ruakh la sede dello spirito è nel cuore, infine la Nefesh è il soffio vitale (anima inferiore) ed è legata al corpo e allo spirito e si trova nel fegato. Quando la Bibbia dall’ebraico e dall’aramaico fu poi tradotta in greco antico il termine nefesh fu trasposto con la parola psychè e si riportò tutti i connotati filosofici che tale concetto assumeva per i greci antichi. Infatti tutte le varie declinazioni della locuzione nefesh andranno nel contenuto del termine psyché provocando, nell’impossibile identificazione, una marcata confusione e imprecisione nella traduzione del Vecchio Testamento. Adesso osserviamo l’uso della parola nefesh nell’Antico Testamento e ciò ci farà comprendere come la traduzione in psyché (anima) sia infelice. Nefesh è il termine più impiegato nella Tanakh(Primo Testamento) sin dall’inizio per definire l’essere umano. Mi fermo un attimo solo per chiarire cosa significa e quello che comprende la Tanakh, la bibbia ebraica, chiamato dai cristiani Antico Testamento: Tanakh è l’acronimo formato dalle prime tre lettere delle tre sezioni con cui si designano i testi sacri dell’ebraismo. Le tre lettere TNK che compongono la parola Tanakh sono le iniziali dell’espressione Torah (Legge “il Pentateuco”), Nebi im (Profeti), Ketubim (Scritti). Adesso ritorniamo al termine nefesh, questa parola appare per la prima volta applicata all’uomo in (Genesi 2:7)” Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne nefesh vivente. Occorre sapere che il pensiero semitico considera la parte del corpo assieme alle sue particolari capacità o attività. Esempio: (Isaia 5:14) “Lo Sheol (regno dei morti) ha dilatato la sua nefesh e ha spalancato la sua gola senza misura”. Qui la nefesh si riferisce alla gola o bocca sia come bisogno di mangiare, bere, respirare ma, è anche connessa a nozioni vitali come desiderare, aspirare, domandare, chiedere. Come noteremo la locuzione nefesh da organo specifico che serve ad ingurgitare il cibo, passa velocemente ad un senso più ampio diventando sede dei sentimenti. Nefesh ha molteplici significati nella Bibbia ma, sempre in relazione tra le parti del corpo e le emozioni,impulsi a esse collegate. La troviamo come sangue, gola, collo, desiderio, vita, persona, ecc. ecc.. Questa evidente intraducibilità del lemma nefesh con il concetto di psychè (anima)ha creato nella cultura e nell’uso quotidiano un vero e proprio fraintendimento. Questi due concetti legati a due culture quella ebraica e quella greca profondamente diverse, nella sovrapposizione fatta dalla traduzione dell’Antico Testamento dall’ebraico, all’aramaico, (entrambe lingue semitiche) al greco ha confuso non solo i termini ma, soprattutto i significati creando nuovi concetti che travisano entrambe le tradizioni culturali. Il risultato è stato una commistione che ha generato una cultura frammentaria, imprecisa e senza un’identità ben definita.

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