L’Europa è ancora una grande potenza?

Si è appena conclusa in Puglia la riunione dei Grandi della Terra, alcuni come il Presidente francese Emmanuel Macron e il Cancelliere della Germania Olaf Scholz ridimensionati dall’esito delle votazioni europee, qualche altro, come il Presidente americano Biden, frastornato per il suo futuro. A ostentare sicurezza Giorgia Meloni, rincuorata dall’esito elettorale e perfetta padrona di casa. Ma basteranno le ottime cene preparate dagli chef stellati, l’eleganza delle signore, il canto di Bocelli e la presenza del Papa, per la prima volta a una riunione tra i Grandi della Terra, e la risoluzione finale, a risolvere i conflitti, le diseguaglianze, le emergenze climatiche? La premier Giorgia Meloni ha tirato il fiato per l’esito del G7, la compattezza del vertice – se si esclude l’evidente dissidio con Macron sul divorzio – e la risoluzione conclusiva.
“La dichiarazione finale – ha sottolineato – è un documento ampio e significativo con molti impegni davanti alle sfide globali, impegni concreti che riguardano questioni dirimenti per il nostro futuro”.
Il G7 ha ribadito “l’impegno compatto per difendere il sistema internazionale di regole basato sul diritto, messo a repentaglio con la guerra di aggressione russa” e si è raggiunto l’accordo sui profitti degli asset russi da assegnare per la ricostruzione dell’Ucraina. Si è fatto esplicito riferimento al piano Mattei e alla necessità di una cooperazione con l’Africa per incrementare gli investimenti e frenare i flussi migratori.
Ma basterà la risoluzione finale a salvare gli equilibri europei dopo l’avanzata delle destre, a risolvere i conflitti e il problema migratorio? Come possono influire negli equilibri tra le potenze le guerre scoppiate in Ucraina e nella Striscia di Gaza?
Come sostiene Giampiero Massolo, nel libro “Realpolitik”, scritto in collaborazione con Francesco Bechis, occorre analizzare “il sistema delle relazioni internazionali, quale esso è e non come vorremmo che fosse” partendo dalla fine del vecchio ordine mondiale e dalla difficoltà a stabilirne uno nuovo, in una situazione caratterizzata da una crescente e dura contrapposizione tra un Occidente a trazione anglosassone e il resto del mondo – formato dai Paesi delle economie mondiali forti (Russia, Cina, Brasile, India) con l’aggiunta di Sudafrica e di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi – e un’Europa che, schiacciata nel mezzo, si rivela debole in politica estera.
In uno scenario, lacerato da guerre e conflitti economici e commerciali, la situazione dell’Italia è peggiorata perché non può più – né le verrebbe consentito – di mettere in pratica il vecchio schema della politica estera del doppio binario: alleanza politica con l’Occidente, commercio con l’Oriente, in nome del “teorema energia/mercati… da Enrico Mattei e Vittorio Valletta, Eni e Fiat, che … ha posto due priorità assolute: approvvigionamento energetico e ricerca di nuovi mercati di sbocco”.
“Al pari degli altri Paesi, scrive Massolo, anche l’Italia deve attrezzarsi per affrontare le insidie di un mondo sempre più privo di punti di riferimento… Se da un lato ci siamo lasciati alle spalle l’ordine mondiale liberale, che aveva nel libero mercato il suo tratto distintivo, dall’altro non siamo ancora approdati a quell’assetto fondato sul dualismo tra Stati Uniti e Cina che era lecito prefigurare come imminente fino a qualche anno fa. La realtà internazionale che oggi abbiamo di fronte è invece contraddistinta da un sistema acefalo e tendenzialmente caotico, nel quale nessun Paese da solo ha la capacità di scandire tempi e temi dell’agenda globale”. In questo contesto sempre più imprevedibile, appare necessario per l’Italia sviluppare la consapevolezza di quando ciò che accade sullo scenario globale si rifletta direttamente sulle nostre vite. “Basti pensare, continua Massolo, alla sicurezza, all’economia, ma anche all’impatto delle sfide rappresentate dalle nuove tecnologie, dalle migrazioni o dai cambiamenti climatici”. Le minacce sono tantissime, molte sono invisibili e “corrono lungo le reti di interconnessione da cui crescentemente dipendono gli scambi tra gli Stati: infrastrutture digitali, di trasporto, energetiche. Ecco che, di fronte a minacce così multiformi, l’interesse primario di ogni Paese, ovvero quello alla sicurezza, è sottoposto a sollecitazioni tanto mutevoli quanto insidiose”.
Un contesto difficile, in cui non trovano un’immediata soluzione le guerre in Ucraina e a Gaza e in cui incombe l’incognita delle elezioni negli Usa, in programma a novembre e destinate ad influenzare il nuovo assetto mondiale.
“Il voto americano sarà uno spartiacque”, secondo Francesco Bechis, perché “con una vittoria di Trump, assisteremmo a un ritorno della transazionalità elevata a bussola della politica estera transatlantica… Meno retorica, più imprevedibilità, a partire dalla Nato, l’Alleanza Atlantica che l’ex presidente repubblicano ha sempre considerato un peso chiedendo agli alleati europei di ottemperare ai loro debiti”. Anche “le due grandi guerre in Ucraina e in Medio Oriente risentirebbero di una vittoria di Trump. Nel primo caso, è plausibile immaginare uno stop agli aiuti del Congresso americano a Kiev. La guerra fra Israele e Hamas, invece, potrebbe andare incontro a una recrudescenza: Trump è un nemico giurato dell’Iran e un alleato ferreo di Netanyahu che, a differenza di Biden, non ha mai sconfessato. Una vittoria di Biden aprirebbe una fase di sostanziale continuità diplomatica e più stabile ma con l’incognita di un leader debole fisicamente e ancora di più sul piano del consenso interno”.