Emergenza coronavirus, una lezione da non dimenticare

Alzarsi al mattino e affacciarsi al balcone nel silenzio irreale della città come se non ci fosse più nessun essere vivente e come il protagonista di “Dissipatio H. G.”, romanzo di Guido Morselli, essere colti da un senso di smarrimento  e di angoscia. Quello che ognuno di noi sta vivendo è un po’ questo stato d’animo quando si è provveduto per assicurare la difesa della salute ad una sospensione della nostra libertà di muoverci che è imposta dai pubblici poteri per il bene supremo della salute e consentita in via eccezionale dalla carta costituzionale. Una situazione paradossale, inconsueta e grave che non accadeva dalla fine della guerra tutto ciò è stato reso necessario nell’immediatezza e in modo quasi subitaneo senza che sia stata possibile predisporre nel tempo un piano di difesa o che mai qualcuno potesse pensare che tutto ciò potesse avvenire. Ma da una guerra invisibile e da una dimensione incredibile dobbiamo trarre insegnamenti che possono costituire la bussola di orientamento per il futuro. Innanzitutto si deve riprendere semplicemente la vecchia definizione mai venuta meno che si dava per qualificare uno Stato secondo canoni di civiltà e che secondo questa concezione consolidata dovrebbe avere almeno tre  requisiti che sono, quindi, quello di possedere una sanità, una scuola e delle carceri di qualità ed efficienza. Mi pare un luogo comune affermare che in nessuno di questi comparti e settori abbiamo fatto bene in questi ultimi trent’anni. Anzi i fondi sono stati tagliati sempre trasversalmente basta pensare ai tagli di 30 miliardi della spesa sanitaria  dei governi nazionali (di destra o di sinistra) poi trasferiti a livelli regionali che hanno portato alla chiusura di tante strutture necessarie ed indispensabili. Poi la nota dolente della scuola con quelle riforme continue che hanno solo peggiorato le cose e basti pensare alla scuola primaria che era un fiore all’occhiello nel mondo mentre oggi non sembra che sia più così. Infine le carceri che sono da sempre in una condizione di assoluto degrado e in cui i detenuti in queste condizioni difficilmente possono non solo scontare la pena ma essere rieducati a comportamenti diversi una volta usciti dalla reclusione. Sarebbe una grande occasione che subito dopo la fine dell’emergenza corona virus che tutto quanto detto non cadesse nell’oblio e che, invece, cominciassimo a porre mano con urgenza ad interventi da attuare nel medio o breve periodo.

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