“Non è ver che sia la mafia”, spunti per una riflessione seria e grave

«Cu è surdu, orbu e taci, campa cent’anni ’npaci». Un proverbio emblematico che ben rappresenta la “sicilianità” e che si potrebbe adattare anche alla città che Kornbluth, scrittore americano, a metà degli anni Cinquanta del Novecento, immagina come modello del suo Stato ideale. Uno Stato in cui tutto funziona alla perfezione, perché i cittadini sono liberi, felici, pacifici, contenti della società e la società dei cittadini. In cui la burocrazia non esiste e tutto procede per il meglio. In cui non bisogna pagare le tasse e non trovano posto enti statali o parastatali, così come non esistono spese militari o polizia. Insomma, il non plus ultra! Il sogno di tutti, probabilmente proprio di tutte le persone che abitano il mondo. Tuttavia, c’è un piccolo particolare: a far marciare sul velluto questa serena utopia non è il governo degli Stati Uniti, bensì la Mafia. Sembra un paradosso, ma Kornbluth, nel suo scritto di fantascienza dal significativo titolo Non è ver che sia la mafia, riconosce proprio all’“istituzione” criminale la capacità di organizzare un “esecutivo” in grado di offrire alla gente tutto quello che necessita per star bene.
Nel romanzo infatti, il governo degli Stati Uniti, in esilio, si limita a incrociare con poche navi da guerra al largo delle coste americane. Il territorio Usa è diviso tra la Mafia e un Clan, due organismi criminali che si sono spartiti la “torta” con il Trattato di Las Vegas e coesistono come due grandi potenze.
Il racconto prende le mosse dalla prima drammatica incrinatura in questa perfetta pax mafiosa. Un paradosso? Una feroce satira? Lo sbocco logico dell’anarchismo individualistico? O un sogno segreto e irraggiungibile di libertà assoluta? Domande alle quali forse non troveremo mai risposta. Certo è che, per noi siciliani, sentire queste parole oggi potrebbe sembrare assurdo … ma non troppo. Infatti, se ci soffermiamo un attimo a riflettere sulla storia della nostra Isola, ci accorgiamo che, in alcuni momenti, la Mafia ha realmente preso il posto del governo, quello vero! Tanto che, certi costumi cari alla criminalità organizzata si sono ormai da tempo radicati atavicamente (ahinoi!) nella società civile e fanno fatica a uscirne.
Una sorta di endemica mentalità mafiosa per certi versi appartiene a questa terra, così come l’idea della necessità d’essere protetti da “uomini d’onore” in grado di tenere lontani tutti quei fenomeni alla ribalta delle cronache nazionali, quali l’emergenza sicurezza, l’immigrazione, i sequestri.
In Sicilia tutto questo non succede, perché? Forse, ancora una volta, la Mafia riesce a spodestare lo Stato per farne le veci, visto che fino ad oggi non è successo il contrario?
Sembra di essere tornati al tempo dei Beati Paoli, che, grazie al libro di Luigi Natoli, conquistarono un posto di rilievo nell’immaginario collettivo dei siciliani e radicarono in Sicilia l’idea di riparare i torti subiti da uno Stato corrotto e spesso inesistente, la forte esigenza di un’entità, più avanti identificata come l’antistato, che sopperisca, integri e sostituisca quello Stato che, all’indomani dell’Unità d’Italia, non si preoccupava certo di mantenere e preservare l’identità siciliana, ma si sovrapponeva ad una struttura sociale meridionale già forte e molto differente da quella settentrionale. Da qui, i grossi latifondisti cominciarono a sentire il bisogno di qualcuno che garantisse loro il controllo della proprietà e, mentre in altre zone d’Italia questo ruolo era affidato alla classe borghese imprenditoriale, corroborata dallo Stato liberale, in Sicilia veniva svolto da alcuni personaggi vicini alla Mafia, la quale sempre più, si affermava come un’organizzazione in grado di assumere ruoli pubblici, per eccellenza di competenza statale.
Da qui gli anni bui e di sangue, gli omicidi, le stragi e gli attentati; l’antimafia di professione, ma anche l’impegno serio e valoroso di pochi e la reazione dello Stato. Ma ancora la battaglia non è vinta. Come diceva Wittengestein, «per fare spazio alla verità bisogna rimuovere l’errore». Historia magistra vitae, dunque. Se non altro, imparare dagli errori si può.

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