“In Full Cry” di Joe Maneri

La Microtonalità è la ricerca e l’utilizzo di intervalli più piccoli, oppure diversi, dei toni e dei semitoni utilizzati nella tradizione musicale occidentale, dove l’ottava (dal Do al Do successivo) viene suddivisa in 12 semitoni uguali (12 toni equamente temperati). L’accordatura della musica occidentale come noi la conosciamo, con il suo frazionamento dell’ottava, è una elaborazione che risale al tardo rinascimento. Precedentemente, molte forme musicali, come l’accordatura enarmonica dell’antica Grecia, erano microtonali. Anche in tempi successivi non sono mai mancati musicisti e ricercatori che hanno composto al di fuori dei canoni del sistema “equamente temperato” come Christiaan Huyghens (trentuno toni per ottava), Guillaume Costeley (19 toni) , John Bull, passando per Nicola Vicentino (con il suo “archicembalo” a 36 tasti) per approdare a Erwin Schulhoff (divisione in quarti di tono, cioè 24 semitoni), solo per citarne alcuni.
Se si vuole considerare, la musica occidentale corrisponde all’incirca al 20% della musica globale, la quale non segue (a qualsiasi latitudine e longitudine) la divisione dell’ottava in 12 semitoni e, quindi, ne discende che la musica maggiormente diffusa è quella microtonale.
Il jazz è una musica che, essendo sviluppata in “scale”, ben si presta all’esplorazione microtonale, di cui, in effetti, abbiamo degli illustri esempi nel periodo del “free jazz” (John Coltrane, Ornette Coleman, Cecil Taylor, Archie Shepp, ecc.).
Una menzione particolare la merita, secondo me, il lavoro “In Full Cry” di Joe Maneri (ECM records 1997).
Joseph Gabriel Esther “Joe” Maneri (1927 – 2009) è considerato un “gigante” nel campo della musica microtonale. Nato nel quartiere di Brooklyn a New York da immigrati italiani. In gioventù suona spesso nei matrimoni e nelle feste di appartenenti a comunità greche, turche, siriane, ebraiche aschenaziti (klezmer), ecc., dove, ovviamente, entra in contatto, incorporandoli nel suo bagaglio, con esperienze musicali assolutamente distanti dal sistema tonale occidentale. Queste sono le basi che lo porteranno ad approfondire e sviluppare un concezione melodica che traslittera gli insegnamenti di Alban Berg (atonalità, dissonanza) e Arnold Schoenberg (dodecafonia). La sua ricerca musicale è rigorosa e ispirata e spesso lo conduce a trasfondere le sue esperienze (ha composto “opere” ed è stato anche insegnante presso il “New England Conservatory of Music”) in campo jazz, formando a metà degli anni novanta un ensemble che comprende il figlio Mat al violino, John Lockwood al basso e Randy Peterson alla batteria. Con questa formazione pubblica, per la ECM (con la quale aveva già pubblicato un lavoro nel 1995 intitolato “Three Men Walking”, assieme sempre al figlio e al chitarrista Joe Morris), l’album “In Full Cry”.
La peculiarità di quest’album sta nella grande libertà che trasuda da ogni nota, infatti, pur partendo da una divisione dell’ottava in 72 microtoni, i musicisti non ne sono totalmente asserviti, ma spaziano magistralmente ( e, comunque, rigorosamente!) secondo il proprio estro e la propria sensibilità, “giocando” con il materiale grezzo a loro disposizione ed esplorandolo con fantasia e creatività.
La scaletta comprende due “traditional” ( sono due spirituals risalenti ai tempi della schiavitù afroamericana: “Nobody Knows” e “Motherless Child”), la famosissima “Tenderly” di Gross e Lawrence (interpretata, tra i tanti, anche da Miles Davis e da Bill Evans) e un altro brano celebre composto da Duke Ellington, “Prelude to a Kiss”. I restanti pezzi sono elaborazioni del quartetto. Ma, sia le composizioni più note e sia quelle nuove sono sviluppate seguendo una nuova coerenza stilistica.
In effetti, ad un ascolto superficiale sembrerebbe che la musica sia vagamente stonata e che i musicisti non sappiano proprio suonare e che suonino ognuno per proprio conto. Si deve, invece, cercare di tralasciare ogni “forma” di automatismo culturale e abbandonarsi al fluire delle note, agli intervalli inusuali, agli innesti di uno strumento con un altro, solamente così inizierà ad emergere un nuovo, particolarissimo schema. Sorgerà la consapevolezza che questa musica esplora nuovi percorsi e che il suo livello di coinvolgimento emozionale è molto elevato.
Potete considerarlo una sorta di esercizio di riconversione intellettuale ed emotiva.
I brani che reputo migliori sono: “Tenderly”, lunga suite in cui il maestro, su una base bluesy, si esibisce in una variegata ed emozionante esplorazione delle possibilità dei suoi strumenti, con momenti di profondo lirismo.
Outsite the Dance Hall – Una prova dell’affiatamento di tutti gli strumentisti, dove viene creato un mosaico in cui i suoni si incasellano con una naturalezza insospettabile.
A Kind of Birth . Un atipico assolo di batteria apre il pezzo, segue il basso che prelude al sassofono il quale, entrando quasi timidamente, prende poi l’avvento, esibendosi in ghirigori accompagnato dal violino.
The Seed and All – Nonostante il pianoforte non consenta le possibilità armoniche, in campo microtonale, del sassofono e del clarinetto, Maneri da un convincente saggio di come, nelle sue mani, possono essere superate certe barriere tecniche.
Nobody knows – Struggente. L’antico inno contro la guerra si riveste di nuovi, attuali significati, diventando un lamento universale.

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