A questo punto ha senso ancora chiamarla Europa Unita?

Stiamo esaurendo ormai gli argomenti sul Coronavirus, abbiamo imparato a conoscerlo, a stargli lontano e, si spera, stiamo iniziando a capire come combatterlo. La lotta sanitaria che si sta combattendo ha messo in campo tutte le misure che avevamo a disposizione ed anche di più. Il governo sta provando a trovare anche le risorse economiche, fatica ad attuare manovre valide, scontrandosi giornalmente con “mamma” Europa. Già, perché ormai ogni singola spesa va rendicontata all’Europa, va onorato il patto di stabilità, allentato fortunatamente vista la situazione, e tutte quelle norme che ci siamo impegnati a rispettare in seno a quell’idea comune di unità. Sì, un’idea di unità a senso unico, quell’unità che ha visto sempre un Europa con stati di serie A e B. L’asse Franco-Tedesco ha dettato le condizioni di quello che sembra più un pasticcio che un bel quadro. Le crisi, come spesso accade, fanno uscire gli scheletri dall’armadio e, come ogni famiglia che si rispetti, l’Europa ne ha tanti. Divergenze su ideali, scelte economiche, accordi internazionali, sono solo alcuni dei nodi che possono venire al pettine, senza dimenticare che fino a 70 anni fa ci siamo fatti la guerra l’un l’altro. Ed ora? In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo cosa ci dovremmo aspettare? La realtà che stiamo vivendo ci mostra paesi “forti” dettar legge sui più “deboli”. La guerra si fa a suon di dichiarazioni e conferenze stampa su aiuti, coronabond, debito pubblico, chi più ne ha più ne metta. Le bombe sono parole che distruggono i mercati ed aumentano la volatilità in un tempo che chiede solo certezze e coesione. Forse proprio questa crisi sta iniziando a mettere in luce la fragilità di un castello di carte costruito sulla sabbia. L’Italia e la Spagna, attanagliate dai contagi, non ci stanno e la Francia, prima così vicina alla Germania, oggi si schiera con i deboli cercando collaborazione. Ma forse i forti sono più deboli di quel che vogliono far credere. Eh sì, perché in realtà la Germania stessa, la donnona bionda, non è che navighi in buone acque vista la situazione di Deutsche bank, ma è facile puntare il dito su chi ha sempre avuto la colpa. E quindi anche i paesi del Mar Baltico e del Mar del Nord prendono posizione, si preoccupano a concedere “liquidità” a chi in passato ha sperperato, la memoria è spesso corta e nessuno la rammenta. Così chi ha goduto degli aiuti si erge a paladino e chi oggi chiede aiuto è soltanto un mendicante. A questo punto ha senso ancora chiamarla Europa Unita? Dove risiede questa unità? In una moneta che ci ha dimostrato di essere il danno delle nostre tasche o negli accordi che hanno visto sempre un’Italia Cenerentola su di un palcoscenico dove Genoveffa ed Anastasia recitavano il ruolo di protagoniste? Abbiamo accettato quote di ogni sorta, il grano, il latte, abbiamo aperto i porti quando gli altri li chiudevano, dato asilo quando gli altri respingevano ed ora, al grido di aiuto di un paese “simbolo” di questa crisi cosa fa l’Europa? Pare voltar lo sguardo altrove, parlando di 750 miliardi che, probabilmente, non vedremo mai! Così non ci è rimasto che battere i pugni su di un tavolo che troppe volte ci ha visti sconfitti, speranzosi che quei 10 giorni di out out sortiscano l’effetto di mille grida. Già perché oggi l’Europa vacilla, come uno specchio durante un terremoto che, se cede, si ridurrà in mille pezzi riflettendo, su altrettante schegge, la stessa immagine, un’Europa unita solo dall’ipocrisia di chi le ha messo sopra un cielo costellato di stelle cadenti.

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